5 Scrivere il libro

È tutto sotto controllo. Siete oltre la metà. La cosa bella dei libri di 40k è che sono quel che promettono di essere: lunghi circa quaranta mila battute spazi inclusi. E il conteggio per questo libro si sta avvicinando alla soglia fatidica. Attenzione, non succede nulla se la si supera (di poco). Scrivere deve essere una forma di libertà e limitazioni eccessive non vanno bene. Tuttavia, in molti sostengono che la creatività risulta più efficace se adeguatamente stimolata e vincolata. E io non me la sento di dargli torto: il compianto Douglas Adams diceva infatti che amava le scadenze; amava soprattutto il rumore che facevano quando gli sfrecciavano accanto. Quindi: creatività, vincoli e disciplina aiutano molto a fare quello che fanno i veri artisti: consegnare (più o meno) entro la scadenza.

Insisto su questo punto non per crudeltà (non temete, siamo tutti in ritardo, anche io sui miei tempi di consegna di questo e altri lavori), bensì perché è necessario avere degli stimoli, dei riferimenti, dei tempi certi entro i quali muoversi. Altrimenti il rischio è quello di cadere nel pozzo profondissimo della procrastinazione. Invece no, questa è proprio la cosa che non vogliamo. Abbasso la procrastinazione!

Chiariamo anche un’altra cosa, che forse i meno abituati alle storture del sistema editoriale non sanno. Il numero delle battute e, già che ci siamo, quello delle parole. Allora: contare le parole non fa parte della tradizione italiana. Noi non contiamo le parole per stabilire la lunghezza di un testo, sono gli americani che lo fanno. E siccome la maggior parte dei software sono creati seguendo le logiche del mercato statunitense (compreso PressBooks, che mostra in basso a sinistra della finestra di testo il “Conteggio parole” di ciascun capitolo, con questo che leggete siamo sulle 1.300), il risultato è che ci si trova davanti molto facilmente a questa unità di misura del testo. Non è valida secondo me, anche e soprattutto perché non è facile capire l’unità di grandezza superiore: la pagina.

Il principale problema è dato dal fatto che non esiste un’unica “pagina” a cui fare riferimento. Parliamo del foglio bianco che si inseriva nella macchina per scrivere, del foglio che esce dalla stampante (il nostro formato A4 oppure la “carta legale” statunitense?), della pagina di un libro con la copertina rigida o di un tascabile? La migliore approssimazione che sono riuscito a trovare in ogni caso è la seguente: assumendo che si stampi su un foglio con 25 righe per pagina con in media 10 parole per riga (l’equivalente di una pagina con spaziatura doppia tra le righe usando un font di corpo 12), si ottiene che ci sono circa 250 parole per pagina.

Questo riferimento è molto impreciso: la lunghezza delle parole che scriviamo ovviamente cambia e quindi usiamo una media. A complicare di più le cose c’è il fatto che l’inglese ha una struttura linguistica differente dall’italiano, utilizza meno particelle e quindi le sue parole sono in media più lunghe. Quasi otto caratteri tipografici a parola, in media, contro una stima spannometrica di 5,5 caratteri tipografici per l’italiano.

Da noi comunque si utilizza un’altra unità di misura: le battute spazi inclusi (o, con una dizione ricalcata dall’inglese, “caratteri spazi inclusi”). Questa misura non è una media: indica l’effettivo numero di lettere (e spazi) presenti in una pagina. L’unità di misura superiore, cioè la pagina, da noi si chiama “cartella dattiloscritta” che oggi è composta da 2.000 battute spazi inclusi (alcuni preferiscono ancora la vecchia “cartella editoriale” della lunghezza di 1.800 battute: conteneva 30 righe ciascuna da 60 battute, perché era nata ai tempi delle macchine per scrivere in cui tutte le lettere occupavano lo stesso spazio sul foglio).

Quindi, se scrivete il vostro libro rispettando esattamente la vocazione delle quaranta mila battute (spazi e punteggiatura inclusi: da quando ci sono gli sms e poi Twitter tutti calcolano anche la punteggiatura e gli spazi per indicare la lunghezza di un testo) si ottiene: quasi 7.300 parole (in italiano), cioè circa 5.000 parole in inglese. Le pagine equivalenti sarebbero 29 pagine e qualcosa per gli italiani e 20 per gli inglesi! Ma se si contano le battute e non le parole, abbiamo un totale di 20 cartelle dattiloscritte (22 per la versione da 1.800 battute), con una indicazione molto precisa dello spazio.

Quante cartelle dattiloscritte ci vogliono infine per una pagina di libro? Dipende dal tipo di libro: o meglio, dipende dal suo formato, dalla dimensione delle pagine, dalla grandezza dei caratteri tipografici. Un tascabile di solito ha circa 6.000 battute per pagina, un libro rilegato può tranquillamente superare le 12.000. Dipende. Ma non temete, questo nel mondo dell’eBook non ha più molto senso, perché in realtà la dimensione della pagina fisica cambia molto (dallo schermo di un Kindle a quello di un iPad, da quello di un PC a chissà cosa d’altro) e cambiano e dimensioni dei caratteri, quindi delle parole: c’è chi si trova più a suo agio con un testo molto grande e chi vuole invece una spaziatura ampia tra le righe ma le lettere piccole. È l’utente che potenzialmente impagina e reimpagina il libro. Per questo c’è chi propone come unità di misura il “tempo di lettura”. Quanto ci vuole per finire una frase? E per leggere tutta una pagina? Un capitolo? Sono misure soggettive (molto soggettive, troppo soggettive secondo me), ma anche qui si possono estrapolare delle medie. E si scopre così che 40.000 battute spazi inclusi si leggono in media in un’ora e mezza.

Stiamo parlando di come scrivere il libro, una delle tre cose di cui ci occupiamo in questo breve testo: scrivere il libro, gestire il libro e gestire il nostro profilo. Consigli che valgono sia per la narrativa che per la saggistica (o qualsiasi altra cosa la vostra fantasia vi spinga a scrivere e la vostra voce interiore trovi “comoda”): scrivete. Scrivete sempre. Organizzatevi, prendetevi il vostro tempo, non esagerate nella pianificazione e piuttosto mettetevi a scrivere. Tutti i giorni – questo l’ho già detto – ma fatelo: seguite la tecnica giapponese del kaizen, del miglioramento continuo e cercate ogni giorno di scrivere qualcosa di nuovo e migliore del giorno prima. Comunque, scrivete. Se la scrittura è una medicina per l’anima, non c’è niente di peggio che fare i birbanti e non prenderla regolarmente.

Le tre principali cause per cui non si finisce un lavoro di scrittura solitamente sono psicologiche: la prima è che la vita si mette in mezzo e le routine quotidiane (dalla famiglia al lavoro “serio”) acquisiscono sempre la priorità maggiore, con il risultato che ogni giorno non è un giorno in cui si scrive (capirete che in questo modo è difficile finire il libro); la seconda è il perfezionismo, vizio dentro il quale ci si perde facilmente, perché è difficile iniziare ma lo è anche capire quando smettere; la terza e ultima è la sindrome di abbandono, perché molti temono di finire il libro perché in realtà hanno paura di separarsi dalle pagine che li hanno accompagnati per tanto tempo: sembra incredibile ma succede più spesso di quanto non si pensi.

Un consiglio per la scrittura? Il migliore che ho trovato finora è di Mark Twain, che delle imprese molto complesse e apparentemente insormontabili diceva: bisogna prendere i grandi problemi e dividerli in problemi più piccoli, a quel punto si prende il primo e si comincia, andando avanti sino a che non si è finito.

Ok, adesso che sappiamo tutte queste cose e abbiamo scritto il nostro libro, possiamo cominciare a gestirlo e a gestire il nostro profilo.

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